top of page

Ritardo nella trasfusione di sangue in Pronto Soccorso: responsabilità per omessa terapia urgente

Quando un paziente giunge in Pronto Soccorso con una grave anemia già nota, tale da richiedere una trasfusione urgente, il problema non è soltanto formulare correttamente la diagnosi. Occorre anche verificare se la struttura abbia attivato con tempestività tutte le procedure necessarie per rendere disponibile il sangue e iniziare la trasfusione nel più breve tempo compatibile con le condizioni cliniche.

Nei casi più gravi, valori emoglobinici estremamente bassi possono determinare una condizione di insufficiente ossigenazione dei tessuti, instabilità emodinamica e progressivo deterioramento fino all'arresto cardiocircolatorio.

La responsabilità sanitaria può quindi essere valutata sotto un profilo diverso dal classico errore diagnostico: quello della omessa o ritardata terapia salvavita.

La questione centrale diventa stabilire se, una volta conosciuta la gravità dell'anemia, la trasfusione dovesse essere avviata immediatamente e se l'attesa sia stata giustificata da effettive esigenze cliniche oppure da ritardi organizzativi, procedurali o assistenziali.

Nel caso attualmente allo studio, il paziente era giunto in ospedale con una condizione di anemia severissima e con la necessità di una trasfusione urgente già segnalata. Nonostante ciò, nelle prime ore di permanenza in Pronto Soccorso la terapia trasfusionale non veniva eseguita e il paziente decedeva prima di poter ricevere il trattamento.

L'accertamento medico-legale dovrà chiarire soprattutto quando i sanitari abbiano avuto conoscenza dei valori ematici, quando sia stata richiesta la disponibilità delle sacche, quali fossero le condizioni cliniche del paziente durante le ore di attesa e se una trasfusione tempestiva avrebbe, secondo il criterio del “più probabile che non”, evitato il decesso oppure aumentato in misura significativa le possibilità di sopravvivenza.

Un altro profilo importante riguarda l'organizzazione della struttura: nei casi di estrema urgenza occorre verificare non soltanto la condotta del singolo sanitario, ma anche l'esistenza e l'effettiva applicazione dei protocolli trasfusionali, la disponibilità di sangue in urgenza, i tempi di attivazione del servizio trasfusionale e l'eventuale presenza di criticità organizzative.


Cosa può essere risarcito

Se viene dimostrato che il ritardo nella trasfusione ha causato il decesso, i familiari possono chiedere il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale.

Se invece non fosse possibile dimostrare che una trasfusione tempestiva avrebbe con certezza evitato la morte, ma risultasse che avrebbe aumentato in maniera seria e concreta le possibilità di sopravvivenza, può venire in considerazione anche il danno da perdita di chance.


bottom of page