

Vaginoplastica e stenosi irreversibile della neovagina: quando va verificata la scelta della tecnica chirurgica
Gli interventi di chirurgia ricostruttiva genitale pongono questioni medico-legali particolarmente complesse, perché non è sufficiente valutare il risultato finale: occorre ricostruire la scelta della tecnica, le caratteristiche dei tessuti, il timing degli eventuali reinterventi e la gestione post-operatoria.
Nel caso seguito dallo Studio, dopo una vaginoplastica andro-ginoide mediante inversione cutanea semplice, si è verificata una grave stenosi. A distanza di circa due mesi e mezzo è stato eseguito un intervento di revisione.
L'esito è stato estremamente grave: collabimento della neovagina, impotentia coeundi organica, fibrosi estesa anche al meato uretrale e persistenti problematiche dermatologiche e infiammatorie.
L'approfondimento specialistico richiesto dallo Studio riguarda in particolare:
la scelta dell'inversione cutanea in presenza di tessuti descritti come severamente atrofici; l'opportunità di utilizzare tecniche con tessuto maggiormente vascolarizzato; il timing molto ravvicinato della revisione; l'efficacia di semplici incisioni della fibrosi senza contestuale plastica o innesto; la gestione dello stent postoperatorio; il coinvolgimento uretrale che rese necessaria una meatoplastica; e la gestione delle successive problematiche infettivo-infiammatorie.
In casi di questo tipo è essenziale affidare l'analisi non a un'unica specializzazione, ma a un collegio che possa comprendere medicina legale, chirurgia plastica ricostruttiva e urologia/andrologia, distinguendo una complicanza inevitabile da un esito causalmente connesso a una scelta o esecuzione non conforme alle leges artis.